I consigli puntuali che l’ex presidente della Repubblica
(cosa che fa francamente rabbrividire), Francesco Cossiga, dà alla polizia
sulle modalità di intervento da adottare, per fronteggiare la mobilitazione studentesca
di questi giorni, hanno riportato la mia mente indietro di sette anni. Ai giorni di Genova. A quello straordinario momento di
partecipazione trasformatosi in carneficina. A quella pagina drammatica nella
storia della nostra democrazia.Credo che quei giorni di luglio di qualche anno fa abbiano contribuito
a mettere un grosso bavaglio sulla bocca di tutti quei ragazzi che, freschi di
maturità o vicini alla fine degli studi, provavano per la prima volta a dir la
loro, a far sentire la propria voce.
Le manganellate, il sangue, le violenze fisiche e psicologiche,
gli insulti, le umiliazioni, ogni cosa di quei giorni di luglio ha contribuito
a lanciare ad un’intera generazione un messaggio molto chiaro: giù la testa,
non c’è spazio per voi, non c’è spazio per le vostre idee, non c’è spazio per
il dissenso.
A giorni ci sarà la sentenza di un processo che vede sotto
accusa 29 membri delle forze dell’ordine per il vero e proprio massacro di
innocenti che ebbe luogo alla scuola Diaz.
Vi invito a leggere questo articolo di Giuseppe D’Avanzo,
bello e terribile allo stesso tempo. Leggere per non dimenticare.
La notte nera della democrazia
di Giuseppe D'Avanzo
«Uno Stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è
uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire
reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'
ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle
istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici». Valerio
Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che
bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della
polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è
prossimo alla sentenza. * * * Il 21 luglio del 2001 è il giorno più
tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in
una città distrutta dai black bloc - che riescono inspiegabilmente a
colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno,
Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei
"gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi,
donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il
cielo e sulla bocca un sorriso. Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark
Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al
cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi
sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia
sta "chiudendo" la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l'
accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono
per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto
Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o "telescopic baton", più
che un manganello un' arma tradizionale delle arti marziali: rigido e
non di caucciù, a forma di croce: «può uccidere», se ne vanta chi lo
usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro
poliziotto con lo scudo lo schiaccia - subito dopo - contro il cancello
mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli
gridano in inglese: «You are black bloc, we kill black bloc» («Tu sei
un black, noi ti uccidiamo»). Covell cade finalmente a terra. E'
semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un
incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i "celerini"
che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il
pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà,
esanime, circondato dall' indifferenza, in quell' angolo di via Cesare
Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave
emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto
fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in
ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico
ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a
delinquere. (E' ancora aperta l' indagine per individuare i poliziotti
che lo hanno quasi ucciso. L' accusa: tentato omicidio). * * *
Distruggere. Annientare. E' con questo obiettivo che, dopo aver
abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del
Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il
pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, «un vecchietto», è sulla
destra dell' ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo
picchiano con i "tonfa". Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci
sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e
ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire -
comprendono che cosa sta accadendo. Tutti raccolgono le loro cose, il
bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le
spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia
alzate in segno di resa; chi ha voglia di un' ultima "provocazione"
mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le
divise, si alza in piedi e dice: «Noi siamo pacifici, niente violenza».
«Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un
istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono~», dicono i
testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque,
irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una
specie di mazza da baseball). Melanie Jonach racconterà di essere
svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri,
che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma
incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste
condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo
calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è "aperta" come un
melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida «Basta!».
Raggiunge la ragazza. «La tocca con la punta dello stivale. Melanie non
dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un' autoambulanza».
(Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica
nella regione temporale sinistra). Nicola Doherty ancora piange in aula
mentre racconta: «Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C' era
gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch' io
piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con
fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha colpito ancora. Sembrava che
ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava
le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il
coltello». Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a
gridare, dopo aver picchiato duro: «Dì, che sei una merda». Mentre
colpiscono gridano: «Frocio!», «Comunista!», «Volevate scherzare con la
polizia~», «Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!». Lena
Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci
alla schiena, alle gambe, tra le gambe. «Mentre picchiavano, ho avuto
la sensazione che si divertissero». La trascinano per le scale
afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a
picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il
pianoterra. «Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere
per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato?
- che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io
gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata
sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo
sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a
muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di
controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi
avrebbero ammazzata». Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono
feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20
subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi
alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio). * * * Che
cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata
possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il
portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e
distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per
intero: «Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della
Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è
deciso, previa informazione all' autorità giudiziaria, di procedere a
perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i
quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di
bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in
gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e
pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati
sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano
il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze
scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92
giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere
finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie
molotov. All' atto dell' irruzione uno degli occupanti ha colpito con
un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché
protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure
in ospedali cittadini». Il portavoce mostra anche le due molotov che
sarebbero state trovate nell' ingresso della scuola, «nella
disponibilità degli occupanti». * * * Il processo di Genova ha
dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che
nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della
polizia (capo della polizia era all' epoca Gianni De Gennaro)
corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono
inventate di sana pianta. Si dice che l' assalto (la «perquisizione»)
fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era
stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con
pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c' è
stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz
fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città. Nessuno
dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai "celerini".
Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano
nella scuola, c' è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il
lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu
lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile
di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da
parte di «alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant'
altro». Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati
«abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo
bastoni, catene e anche un grosso maglio». Nella scuola non c' è stata
alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio.
Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il
poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno
smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una
coltellata. Nella scuola non c' erano molotov. Come ha testimoniato il
vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate
da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di
Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa,
manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo,
nella questura di Genova. * * * In settimana il tribunale deciderà
delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti,
comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso
ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui
conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di
chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per
vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi
ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da
questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali,
dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza
hanno mentito durante le indagini e al processo. E chi non ha mentito,
ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell'
assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini
inermi diventati in una notte «criminali» a cui non si riconosce alcuna
garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio
arrogante, l' omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a
tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna
lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le
apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si
fa avanti un «diritto di polizia». Il Paese ha bisogno di sapere se il
giuramento alla Costituzione delle forze dell' ordine non sia una
impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi
92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi
riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e
carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il
dissidente, il non conforme, l' altro diventa un «nemico» da annientare.
fonte: www.repubblica.it