Non smetteva mai di accompagnarmi ...
Data: Venerdì, 05 dicembre @ 16:28:58 CET
Argomento: Benessere


Negli ultimi mesi alcune esperienze personali hanno fatto emergere in me ancestrali dubbi e misteriose verità su uno dei temi e degli argomenti che maggiorente arrovellano la mia mente sin dai primi moti adolescenziali.
Ho la fortuna di avere accanto a me una persona con cui condivido riflessioni e pensieri, spesso litighiamo anche accanitamente in un gioco di scambio dialettico ed amorevole in cui ciascuno difende caparbiamente la propria posizione, ma anche con la quale spesso c’è una sintonica e quasi magica convergenza di opinioni, come in questo caso.
Ma come al solito quando scrivo parto sempre da molto lontano...


Qualche settimana fa abbiamo entrambi avuto modo di sbattere il muso di fronte a dei muri di certezza, legittimi e rispettabilissimi, ma non per questo meno “muri”.

Insomma di cosa sto parlando?
Dell’argomento più difficile da affrontare, l’inaffrontabile per eccellenza, dove la vastità della potenza del divino s’incrocia col limite delle debolezze dell’umano.
Parlo di una delle tre “cose” che, secondo Kant, vanno al di là delle possibilità concettuali oggettive: Dio.
Di ciò che Marx ha definito l’oppio dei popoli: la religione.
Entrambi: Dio e la religione ritenuti dal nostro Freud una pia illusione puerile, tant’è che il padre della psicoanalisi ammoniva l’umanità, chiedendole di rinunciarvi.

Ed è proprio alla luce della prospettiva psicoanalitica che voglio affrontare la questione nella profonda convinzione che le credenze, i sentimenti, le pratiche religiose e il rapporto con la divinità, rivelano aspetti nascosti dell’esperienza intima, dell’individuo in genere e del paziente in particolare, con se stesso, gli altri, e il mondo più vasto e che perciò hanno di per sé un valore anche a livello clinico.

I miei anni di studi tra mille timori ed ansie di prestazione vanno concludendosi e sappiamo bene quanto sia importante che il clinico sia senza memoria e senza desiderio e mantenga un atteggiamento fluttuante e non giudicante nei confronti del paziente.
Bè starete pensando e allora cosa c’entra questo con la religione. Bè in qualche modo c’entra.

Ma facciamo ancora un passo indietro.

Qualche giorno fa durante una lezione di dinamica II c’è stata una simulata: due studenti si sono calati nei panni l’uno dello psicologo, l’altro di una giovane donna, ancora studentessa che, rimasta incinta, chiede un consulto presso un servizio UOMI.

Ancora una volta starete pensando “oddio un terzo argomento che si somma alla religione e all’atteggiamento clinico e che proprio nulla centrano gli uni con l’altro.”

Bè nella mia testa e soprattutto nelle mie sensazioni un fil rouge ha unito queste esperienze.

Durante la simulata le opinioni inespresse dello psicologo sull’aborto sono emerse nel suo atteggiamento. E per farvela breve questi ha fatto di tutto, anche se molto sottilmente, e non per questo senza una chiara ed evidente emersione di ansia, per convincere la giovane donna a non abortire.

Detto questo ritorno al sentimento religioso.

Quale che sia la mia opinione poco conta, ciò che conta è che sia nota a me e sia francamente elaborata da me. Ed è proprio da questa esigenza che è nato il desiderio di affrontare l’argomento in questa chiave di lettura.

“Tra forme adattive e mature e deformazioni patologiche e disadattive, l’atteggiamento dell’uomo verso la religione, nella direzione della non-credenza, non meno che in quella dell’adesione di fede, interpella lo psicologo non sul piano dei contenuti, ma su quello dei percorsi e dei processi in gioco” (Aletti, 2002).

Ritorniamo così alle opinioni freudiane. Se infatti, anzitutto, Freud ha ragione per quel che riguarda la sua considerazione di Dio come un’“esaltazione” delle imago genitoriali, allora non tener presente la funzione psichica di Dio nella vita di un individuo sarebbe una perdita di preziose informazioni sulla storia evolutiva del paziente e sulle sue elaborazioni private delle imago genitoriali stesse, sui rapporti oggettuali inconsci e le loro trasformazioni attraverso la fede in Dio.
In consonanza con Freud considero che la rappresentazioni di Dio abbia origine dalle imago genitoriali, e che quindi si presenta al bambino all’epoca della risoluzione della crisi edipica. Questo implica che tutti i bambini del mondo occidentale elaborano una rappresentazione di Dio, che in seguito potrà essere utilizzata, ignorata o attivamente rimossa. L’esperienza religiosa quindi, così come la produzione artistica e qualsiasi attività umana che riguarda la funzione simbolica, si presenta come un precipitato psichico in cui si possono leggere le vicende evolutive della persona, il suo mondo interno, la sua organizzazione dinamica.
Freud aveva intuito che il rapporto con l’oggetto-Dio è all’insegna del processo illusorio, ma aveva dato a questo una valenza negativa.
I successivi approcci psicoanalitici hanno operato però una fondamentale revisione di tale concetto di “illusione”, a favore di una sua rivalutazione: tanto da ritenerla fondamentale per la salute psicodinamica individuale, attribuendogli perciò una valenza positiva ed evidenziandone tutta la sua ricchezza clinica ed ermeneutica per la strutturazione e ristrutturazione della personalità.
Chi mi consoce sa bene che mi sto riferendo a Winnicott. L’interpretazione winnicottiana vede in Dio uno speciale oggetto transizionale: vale a dire un oggetto collocato nello spazio per l’“illusione”, cui appartengono l’arte, la cultura e la religione. È questo lo spazio in cui l’uomo scopre tutta l’importanza degli oggetti della propria vita e trova un significato per se stesso.

Se il sentimento religioso è anzitutto, ridotto all’osso, la “fede in” fondamentale per tutta la vita psichica, questa fiducia di base (per dirla anche in termini ericksoniani) si sviluppa attraverso la basilare esperienza con il volto materno comprensivo e devoto, che riflette, come uno specchio, l’amore e la compiacenza per il bambino, conferendogli la beatificante sensazione del proprio valore.
Tale rispecchiamento è reciproco e come tale è un gioco esaltante per ambedue: in esso vi si ripete l’illusione del potere di attirare lo sguardo dell’altro su di sé, si vivifica e conferma nel bambino la sensazione di ritrovare se stesso nello sguardo empatico dell’altro.
Non è la religiosità dei propri genitori e dell’ambiente ma piuttosto l’epigenesi della rappresentazione di Dio e il seguente rapporto con lui sono mediati dall’esperienza concreta nei riguardi degli oggetti-sé delle relazioni primarie. Sappiamo quanto sia stretta ed interdipendente la relazione tra l’esperienza relazionale e quella simbolica e dunque se la rappresentazione di Dio e la conseguente relazione con Lui, di fede o di incredulità, sono da considerarsi esperienze simboliche, allora sono radicate nelle precoci relazioni oggettuali. Si delinea così l’idea di Dio, come rappresentazione oggettuale transizionale, che vive il proprio ciclo vitale: a volte rimanendo compagno per tutta la vita, altre volte sentendosi dire che non esiste o che sarebbe un sollievo se non esistesse.
Questo “Dio” al pari dell’orsacchiotto o del compagno immaginario, viene abbracciato, maltrattato, abbandonato con noncuranza dove capita: e lì rimane, offrendo silenziosamente la rassicurazione della sua presenza quasi impercettibile.
La rappresentazione individuale di Dio, che ciascuno individuo fa, formandosi idiosincraticamente rispetto alle proprie caratteristiche di personalità, ci fornisce «anche un bellissimo esempio dell’ingenuità e della capacità creativa e simbolica della mente umana nello sforzo compiuto dall’individuo per padroneggiare la sua realtà privata, il suo passato ed il suo contesto attuale, ed anche il suo bisogno di trascendenza e di significato nel contesto dell’universo» (Rizzuto, 2002).
Ma i vissuti religiosi non sono esenti da derive psicopatologiche: l’esperienza religiosa può comprendere sentimenti che vanno dall’infantile vergogna narcisistica di essere ritenuti inadeguati, fino alla colpa nei confronti dell’oggetto per essere stati ritenuti sconsiderati e sleali nei confronti di tale oggetto percepito come buono, o fino al rifiuto di tale oggetto vissuto come cattivo in modo difensivo.
Si potrebbe affermare che la rappresentazione di Dio oscilla tra la funzione di bersaglio per desideri libidici ed aggressivi e quella di offrire un controllo regolativo, obbligante e superegoico.
A metà, tra queste due funzioni, troviamo le esperienze egodistoniche di amore e sostegno da parte dell’oggetto, che rafforzano il sentimento di essere un credente buono e leale, o un peccatore perdonato, cosa che, a sua volta, incrementa i sentimenti di benessere.
Ma la rappresentazione di Dio non sfugge all’ambivalenza riguardante il rapporto con qualsiasi altro oggetto: cosicché insieme al desiderio di intimità con Dio c’è quello di evitarlo; la ricerca di amore, approvazione e guida si alterna con ribelli manifestazioni di rifiuto, di dubbio, di dipendenza e d’indipendenza. In tale complesso e polivalente rapporto con l’oggetto transizionale Dio può accadere che nell’individuo per proteggersi dall’angoscia e dal dolore, entrino in funzione delle difese.
Così, ad esempio, se gli oggetti significativi di tutti i giorni rappresentano una fonte di dolore, Dio può essere adoperato, attraverso complesse modificazioni della sua rappresentazione, per offrire conforto e speranza; se gli oggetti invece offrono accettazione e sostegno, Dio può essere adoperato per spostare l’ambivalenza ed i sentimenti di rabbia, oppure come bersaglio di desideri libidici disturbanti e proibiti. Questo uso della rappresentazione di Dio per regolare e modulare l’amore oggettuale e le connesse rappresentazioni di sé ha inizio durante l’infanzia, continua per tutta la vita, e rivela le sue potenzialità più importanti e definitive al momento della morte, quando l’individuo deve confrontarsi con le proprie definitive rappresentazioni di sé nel momento della separazione definitiva dal mondo degli oggetti amati e odiati. Collocando Dio nello spazio transizionale considero realtà ed illusione non termini contraddittori. La realtà psichica non può esistere senza quello spazio transizionale specificatamente umano destinato al gioco e all’illusione. Dio, psicodinamicamente parlando, come tipo particolare di rappresentazione oggettuale creata dal bambino nello spazio degli oggetti transizionali, non è né pura allucinazione né totalmente al di là della soggettività: è contemporaneamente «outside, inside, at the border» (Winnicott, 1971).
Ma rispetto agli altri oggetti transizionali, basati su materiali concreti, Dio «è creato a partire dal materiale rappresentazionale le cui fonti sono le rappresentazioni degli oggetti primari» (Rizzuto, 1979).
Perciò, mentre gli altri oggetti transizionali sono dimenticati o relegati nel limbo psichico, Dio viene investito in maniera crescente durante gli anni pregenitali, e ancor più nell’esperienza edipica.
Una suggestiva applicazione della teoria winnicottiana che ho avuto la possibilità di applicare anche al tema del mio elaborato finale dal titolo “ “Non smetteva mai di accompagnarmi” Dal compagno immaginario alle possibilità del sé”. Da quanto detto appare chiaro che, se il contenuto concreto della rappresentazione di Dio è un’espressione della personalità psichica e della sua struttura dinamica, è vero anche che la rappresentazione di Dio ha un’influenza psicologica formativa sulla personalità.
Come la psicologia, e in particolare la psicoterapia, cercano di aiutare l’uomo a raggiungere una sempre migliore espansione, così l’azione di “salvare”, “curare” e “guarire” l’uomo è implicita nella religione. Ma tale considerazione riguarda un’autentica religiosità, che dovrà avere sempre il distintivo dell’impegno di condurre l’uomo ad un felice compimento della sua vita, alleandosi con lui per sostenerlo nelle sue sofferenze fisiche e morali, per rigenerarlo alla vera libertà, ampliando i suoi gradi di liberta.
Non è autentica religiosità l’osservanza rituale auto-distruttiva e formalistica che al pari delle coattive ed egodistoniche azioni del disturbo ossessivo compulsivo imprigiona ed opprimme.
Così l’atteggiamento religioso autentico è apertura fiduciosa di tutta la persona ad una realtà trascendente, che ha tutte le implicazioni psicologiche proprie di ogni relazione interpersonale e interessa la personalità totale nei suoi aspetti evolutivi e strutturali.

Sono giunta alla fine della mia riflessione sul sentimento religioso e sull’idea di Dio, non già nel suo statuto ontologico e teleologico, ma calato nel vissuto del soggetto ed inteso come struttura psichica la cui riflessione reputo perciò di particolare importanza per chi si accinge a divenire psicologo.






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